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Difficile vita da Cyborg

Difficile vita da Cyborg

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Quando la tecnologia “entra” nel nostro corpo, e lì “resta”, si aprono scenari psicologici ancora poco esplorati. «La guarigione dalla malattia ottenuta attraverso la manipolazione del corpo e l’introduzione di “pezzi” meccanici di vario tipo può generare una condizione avvertita come alterazione dell’identità» afferma Augusto Iossa Fasano, autore del libro, Fuori di sé, da Freud all’analisi del cyborg (Edizioni ETS, Pisa 2013). «La salute ritrovata non ripristina la condizione di salute di partenza. Ci si sorprende — dice Iossa Fasano — a non riuscire più a dire “io”. Il corpo manipolato, che convive con un altro da sé, siano valvole cardiache, protesi ortopediche o defibrillatori automatici, viene percepito come un corpo diverso. L’identità originaria dell’organismo sembra almeno momentaneamente smarrita. «L’introduzione nel paziente di un pezzo estraneo artificiale, anche se invisibile, può rendere il soggetto alieno a se stesso — aggiunge Iossa Fasano —. Un cambiamento generato però non solo dalla presenza dei pezzi estranei, ma anche dal mutare delle condizioni di vita dopo l’intervento». Nel libro, Iossa Fasano riporta il caso di un giovane al quale è stato impiantato un defibrillatore interno per una grave forma di aritmia. Dal momento dell’impianto il ragazzo vive in uno stato di angoscia, temendo lo scatenarsi dell’aritmia, e quindi l’attivazione del defibrillatore, con la sua scarica. Cerca addirittura modi artigianali per poterne inibire l’avvio ogni volta che sente arrivare battiti aritmici. Un difficile adattamento al corpo modificato e un comportamento pericoloso. «Quando convive con una protesi interna, la persona perde l’abituale libertà che si ha con il pezzo protesico esterno — sottolinea Iossa Fasano —. La protesi interna non si può smarrire o tralasciare, come si farebbe con gli occhiali o con l’apparecchio acustico. Con la protesi interna non c’è negoziato. Sono per fortuna possibili buoni adattamenti quando nel corpo sono inseriti piccoli dispositivi, come reti per ernia, che finiscono per fare tutt’uno con in tessuti dell’organismo, realizzando una vera fusione cyborg. Lo stesso si può dire per pace-maker senza defibrillatore interno, anche se abbiamo osservato in diversi casi reazioni irritative e anche strategie negative di adattamento, come il ricorso all’alcol o all’uso smodato di psicofarmaci e analgesici. Comunque, c’è sempre una notevole variabilità soggettiva nelle reazioni a questo tipo di operazioni chirurgiche, e gli operatori devono essere molto attenti alle persone più vulnerabili che, dopo l’intervento, possono lamentare dolori protratti anche solo per impianti endodontici. Naturalmente, ciò avviene ancor più per interventi estesi, come le artroprotesi d’anca e di ginocchio, o per interventi alla spalla che richiederebbero un’assistenza psicologica altamente specializzata e fisioterapie personalizzate. Poi, ci sono i grandi interventi, come le ricostruzioni di arti, quelli per il cambiamento di sesso, o le lunghe terapie mediche e chirurgiche per l’ intersessualità infantile, in cui è necessario un lavoro psicologico prima e dopo l’operazione». «Per questi casi, in particolare, — dice l’esperto — abbiamo messo a punto un intervento psicologico complesso, definito “Paradigma bionico-protesico”». Un caso particolare è anche quello della mastoplastica additiva, l’intervento per aumentare le dimensioni del seno. Sebbene gli esiti psicologici e psicosociali appaiano positivi in un alta percentuale di pazienti, tre recenti studi sembrerebbero indicare un aumentato rischio di alterazioni psichiche tra le donne con le protesi al seno. «Sono tuttavia ricerche che vanno interpretate con cautela — commenta Luca Vaienti, ordinario di chirurgia plastica all’Università di Milano —. Gli studi suggeriscono che in alcuni casi le donne che si sottopongono a questi interventi hanno già in partenza tratti psicologici che possono metterle in una condizione di aumentato rischio psicologico, rispetto a quello della popolazione generale. Quindi il livello reale di rischio correlato all’intervento appare evidentemente sovrastimato».

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