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Mario Spinella narratore e romanziere

Mario Spinella narratore e romanziere

Spinella

Mai come in una scheda dedicata alla vita e all’opera di Mario Spinella si avverte che lo sforzo di esposizione, sintesi e compressione di dati e date comporta il rischio di frantumare e spezzettare quel carattere unitario che la sua figura umana, il lavoro letterario, l’impegno intellettuale e politico recano.

Mario Spinella nasce a Varese nel 1918. Vive a Messina fino all’età di 18 anni quando viene ammesso alla Scuola Normale di Pisa, facoltà di Lettere. Si laurea e diviene lettore di italiano presso l’Università di Heidelberg dal 1940 al 1941. Chiamato alle armi nel 1942 viene espulso dal corso allievi ufficiali per “indegnità”, ovvero per antifascismo.

Nello stesso anno viene mandato in Russia con l’ARMIR. Nel 1987, quarantacinque anni più tardi Spinella narrerà la sua esperienza di guerra in Lettera da Kupjansk e nella sceneggiatura cinematografica Ipotesi per un soggetto del 1991. Due testi maturi che presentano gli antefatti delle vicende descritte in Memoria della resistenza, romanzo nel quale la letteratura innerva e informa la storia del periodo 1943-44. Anni nei quali Mario Spinella passa da posizioni liberal-socialiste alla militanza comunista e combatte in Toscana con i partigiani. Spirito narrativo e raffinato stile letterario precipitano una materia composta da osservazioni di prima mano di fatti storici, flusso di esperienza corporea sapientemente declinata secondo i classici da Ariosto a Guicciardini a Gadda a Proust e sulla base di una lettura antropologica di Marx condotta da Bloch a Gramsci.

Un taglio che informerà il suo lavoro redazionale come giornalista e critico nel ’48, in “Vie nuove”, negli anni immediatamente successivi in “Società”, “Rinascita” e “L’Unità”.

Si stabilisce a Milano e a partire dagli anni ‘50 dispiega le sue energie come promotore culturale e infaticabile organizzatore di iniziative sia presso la “Casa della Cultura” sia nei più diversi contesti insieme intellettuali e artistici.

Nei primi anni Sessanta cura con Salinari il volume Il pensiero di Gramsci.

Nel ‘68 pubblica Sorella H. Libera nos (Mondadori), monologo di un folle, vicino ai tipi della trilogia beckettiana e inauguralmente sensibile alle tematiche ecologiche, mentali ovvero ambientali dove la tecnologia e la chimica (ma anche lingua e scrittura lo sono) cimentano il corpo animale con lo status civile dell’uomo moderno.

Il romanzo Conspiratio oppositorum viene pubblicato da Mondadori nel ’71, introvabile, risulta sparito anche alla biblioteca Sormani di Milano…

I Padri Gesuiti lo chiamano all’Aloisianum a tenere corsi sul marxismo. Spinella vi insegnerà tra il 1969 e il 1974.

Nel ’71 nasce la rivista Utopia, Spinella ne è direttore responsabile. L’esperienza si estende nell’arco di tre annate: i fermenti del sessantotto prendono corpo in una posizione critica che ne fa riferimento al Marx dei Manoscritti, a Sade, a Bataille e alla scuola di Francoforte. Utopia si distingue dal marxismo scientista e dal movimento che la lotta armata pur mantenendo attenzione e dialogo con i diversi settori del pensiero. Utopia rappresenta un’esperienza di lavoro in cui filosofia letteratura antropologia e psicoanalisi convergono nella dimensione dell’etica. Stagione significativa per le nuove generazioni a indicare linee di riflessione e di ricerca ancor oggi tutte da sviluppare in rapporto, ad esempio, alle nuove tecnologie.

La ricchezza di idee maturate in Utopia dà vita nel ’74 a Il piccolo Hans, rivista di analisi materialistica dove psicoanalisi, arti visive, scienza, filosofia e letteratura consentono una formulazione di pensiero e di pratica terapeutica che, a partire dall’insegnamento di Lacan, assume un’autonoma e precisa fisionomia tuttora operante nella cultura e nel sociale. La costruzione in parallelo di teoria e di clinica trova Mario Spinella impegnato su di un territorio a lui congeniale.

Non va dimenticato che egli conduce un’ampia attività di curatore e traduttore di testi letterari e scientifici (tra i tantissimi contribuisce alla traduzione del Manuale di psichiatria di Silvano Arieti in 3 voll. sul quale si sono formate più generazioni di specialisti medici, si dedica alla traduzione e cura di Freud, Proust, Lacan, Teoria come finzione, all’introduzione di G. Lukacs Storia e coscienza di classe, di  V. Bonazza Lemigrante, alla prefazione de La cena delle ceneri e Racconto fiorentino di F. Fortini).

Insieme a Sergio Finzi dirige la Collana Bianca per Dedalo che accoglie testi saggistici innovativi italiani e stranieri, Le donne non la danno (Dedalo, 1982) “vero patchwork – secondo Giuliano Gramigna – di ironia e leggera saggezza, di alto e di infimo, che una volta tanto non convoca l’Ariosto ma il Boccaccio, l’opzione prevalente (di Spinella) è quella di un linguaggio culto, in una lettura non disperata ma materialistica del mondo, anche secondo la lezione della propria militanza politica”.

Il tema dell’animale vi compare – dopo il serpente di Sorella H. e il falco narratore di Lettera da Kupjansk – sotto forma di un tapiro marxista che, dapprima lento e impacciato, tiene a differenziarsi dal giaguaro il quale prende ciò che le donne non danno. Tapiro che, rivelatosi abile e intelligente, si dimostra capace di documentarsi sui sogni, idee e moti dell’animo i più intimi, non più appannaggio del solo genere umano servendosi di una società segreta composta da pressoché tutte le specie di animali.

Ancora Gramigna così ricorda la collaborazione con Spinella nell’Introduzione ad Amata Bradamante (Moretti & Vitali, volumi per soli abbonati al Cafalopodo 1/1995): “Non pochi dei saggi qui raccolti li abbiamo visti prendere corpo durante le riunioni di redazione del Piccolo Hans, da una frase, un suggerimento, una riflessione di Mario, quasi effetto di ciò che Roland Barthes chiama acolouthia – corteggio, compagnia di amici, spazio ideale nel quale “Io penso per loro ed essi pensano nella mia testa. È per questo che le pagine ariostesche che ora leggiamo si penetrano di una affettuosità che nulla detrae alla loro ingegnosità e finezza, né al nostro giudizio.”

Oltre al Guicciardini della Storia d’Italia e i classici moderni visti in chiave storica e culturale ampia per cui gli riesce la Woolf a Keynes, il Furioso viene a più riprese ricordato nell’opera narrativa, ad esempio in Memoria della resistenza: “Ho letto il poema di Ariosto solo nella tarda adolescenza […], poi l’ho sempre considerato come un “libro da capezzale”, portandomelo dietro persino in guerra in una minuscola edizione in carta India, ritornandovi più e più volte, innamorandomi – in senso quasi letterale – della sua Bradamante, solo contrastata dalla Gilberte di Proust”.

Insieme con Eco, Di Maggio, Calabrese, Leonetti, Balestrini, Corti, Porta, Volponi, Rovatti e Sassi fonda la rivista Alfabeta che esce dal ’79 all’88 e rappresenta una sorta di commiato da un modo classico di fare cultura, forse l’ultima esperienza cartacea incisiva e significativa prima dell’avvento delle nuove tecnologie e la proliferazione di proposte nel campo del sapere.

Vento di scirocco, Due inizi per un romanzo, e L’ “io” dello Zibaldone, compaiono postumi sul Cefalopodo 2/1998.

La questione della religione/spiritualità ricorre in più punti della sua opera, come in questo passo di Memoria in rapporto a fatti storici prossimi: “Ho saputo che i miei ospiti sono valdesi, emigrati dal Piemonte, e mi interesso alla loro religione che, questa volta, non provoca in me alcuna avversione. Sempre ho avuto una predilezione per le confessioni non conformiste, i culti di minoranza, le sette protestanti e, durante il mio soggiorno in Germania, ho trascorso lunghe ore sui grandi in folio dell’opera di Calvino […] il mito del Nord è forte nella mia coscienza, simbolo di intimità, nitore, ragione. Come ogni mito, anche di questo il fondamento reale è fragile: la profonda vena irrazionale sottesa a questa superficie levigata e lucida mi si è palesata in tutto il suo torbido schiumare, nella guerra dei tedeschi”.

Ambientato a New York My favorite things, il più polimorfo brano di un jazzista come Coltrane, capace di love supreme, dà il titolo a un racconto comparso come Notes magico sul Piccolo Hans 46/1985 e nucleo del suo romanzo inedito “Rock”, Spinella andrà ricordato soprattutto come narratore e romanziere, la sua opera merita ancora studio e approfondimento per la ricchezza multistratificata delle sue connessioni e per il particolare tipo di rapporto con la storia.

“Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a persone, luoghi, eventi reali è perciò da ritenersi meramente casuale. Del resto, come tutti sanno, non c’è mai stata né un’ A.R.M.I.R., né una una guerra, né una Russia.” (Lettera da Kupjansk) oppure, valga a chiudere, ancor oggi attualissima, la giustificazione della memoria: “Questa narrazione vuole essere semplicemente una testimonianza. Ciò vuol dire che non si propone né fini letterari né di documentazione storica. L’autore pertanto del tutto consapevole dei limiti, oggettivi e soggettivi, delle pagine che seguono, se le propone a un editore, dopo oltre dieci anni da quando vennero scritte, è soltanto perché ritiene che possano contribuire, in modesta misura, a far comprendere che cosa sia stato il fascismo. E di questi tempi, purtroppo, sembra che ve ne sia di nuovo bisogno, se ancora una volta i fascisti sparano per le strade e abusano della libertà con l’esplicito intento di distruggerla. Korčula, agosto 1972.”

Si spegne nell’aprile del ’94, un amico di antica data e forte affinità etica rivela che Mario, nonostante i profondi rivolgimenti storici cui aveva assistito negli ultimi tempi, si sentiva contento per quel che aveva realizzato nel corso dell’esistenza.

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