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Un po’ di psicoanalisi

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Intervista su “Il Giornale.it” del 16 Maggio 2014

 “Mi hanno salvato la vita ma ora non sono più me stesso. E allora chi hanno salvato?” (Augusto Iossa Fasano)

Fra le domande che complicano lo strascico di un tumore al seno c’ė anche quella sulle protesi: perchè molte soubrette ed attrici vanno fiere del loro seno rifatto e, al contrario, le donne che hanno avuto un tumore ( molto spesso ) detestano il loro seno finto? Eppure sempre di silicone si tratta…

Davanti a questo dato di fatto ci sembra di avere la spiegazione in tasca: le une, le soubrette, vanno sotto i ferri per un fine estetico, apparire e sentirsi più belle, le altre ci finiscono perché costrette, temono il ripresentarsi della malattia e la morte, ecco che il décolleté finto a loro ricorda tutto questo. Una sorta di tatuaggio del dolore. Se poi aggiungiamo le possibili infezioni e gli effetti dannosi e permanenti della radioterapia sulla pelle, è più facile che siano le donne che hanno avuto un cancro a non gradire le rotondità al silicone.

Questo è senz’altro vero, come è vero però il contrario: ritrovarsi con un seno bello, anche se finto, può contribuire a esaltare una femminilità che si credeva perduta.

Ma c’è ancora un’altra lettura. La protesi come fonte di disagio che accomuna entrambe le categorie di donne e anche tutti gli altri “portatori di protesi”. Motivo? Non si accetta di convivere con un corpo estraneo. Ce lo spiega bene Augusto Iossa Fasano, psichiatra e psicoanalista e autore del libro “Fuori di sè” (ETS edizioni)

“La medicina hi-tech, ogni giorno aiuta milioni di persone a migliorare la qualità della vita e a risolvere delicati problemi di salute. Abbiamo arti artificiali, organi trapiantati, protesi dentali, bypass, dispositivi medici di alta tecnologia che ci permettono di vivere trasformandoci. Le protesi sono un disagio inedito di cui non abbiamo idea. Stiamo male e non ne conosciamo il motivo. La causa di questo malessere è la mutazione del nostro corpo che poi può provocare un’alterazione dell’identità”.

“Un esempio noto a tutti è la spinta distruttiva che ha visto protagonista lo sportivo Pistorius arrivato ad uccidere la fidanzata – riflette Fasano –. L’oggetto che ripara un handicap, in questo caso l’arto artificiale, può far perdere il senso di sè”. Seguendo questo ragionamento, una carrozzella o un paio di occhiali (protesi mobili) sono meno “estranianti”, non rischiano di farci perdere l’identità.

Nel suo libro Iossa Fasano illustra diverse testimonianze di pentiti delle protesi che, dopo aver manifestato disturbi importanti (angoscia, depressione, crisi deliranti) decidono di farsi rimuovere l’oggetto “che aliena”.

L’autore parla di “uomo cyborg”, o bionico, un Goblin ( l’eterno nemico di Spiderman) con tanti superpoteri e l’incapacità di gestirli fino a morirne.

Che fare dunque? “Ci sono persone più a rischio di altre – ammette Iossa Fasano – l’importante è smascherare le nostre fragilità, riconoscerle, come si fa con un nemico. Purtroppo, se è vero che è condivisa la pratica di un sostegno psicologico per i trapiantati, non accade lo stesso per i portatori di protesi. Il messaggio del mio libro è anche questo. Non ci può essere medicina senza etica o senza relazioni interpersonali…”

Gioia Locati

 

 

Fonte: Blog.Giornale.it

Mario Spinella narratore e romanziere

Spinella

Mai come in una scheda dedicata alla vita e all’opera di Mario Spinella si avverte che lo sforzo di esposizione, sintesi e compressione di dati e date comporta il rischio di frantumare e spezzettare quel carattere unitario che la sua figura umana, il lavoro letterario, l’impegno intellettuale e politico recano.

Mario Spinella nasce a Varese nel 1918. Vive a Messina fino all’età di 18 anni quando viene ammesso alla Scuola Normale di Pisa, facoltà di Lettere. Si laurea e diviene lettore di italiano presso l’Università di Heidelberg dal 1940 al 1941. Chiamato alle armi nel 1942 viene espulso dal corso allievi ufficiali per “indegnità”, ovvero per antifascismo.

Nello stesso anno viene mandato in Russia con l’ARMIR. Nel 1987, quarantacinque anni più tardi Spinella narrerà la sua esperienza di guerra in Lettera da Kupjansk e nella sceneggiatura cinematografica Ipotesi per un soggetto del 1991. Due testi maturi che presentano gli antefatti delle vicende descritte in Memoria della resistenza, romanzo nel quale la letteratura innerva e informa la storia del periodo 1943-44. Anni nei quali Mario Spinella passa da posizioni liberal-socialiste alla militanza comunista e combatte in Toscana con i partigiani. Spirito narrativo e raffinato stile letterario precipitano una materia composta da osservazioni di prima mano di fatti storici, flusso di esperienza corporea sapientemente declinata secondo i classici da Ariosto a Guicciardini a Gadda a Proust e sulla base di una lettura antropologica di Marx condotta da Bloch a Gramsci.

Un taglio che informerà il suo lavoro redazionale come giornalista e critico nel ’48, in “Vie nuove”, negli anni immediatamente successivi in “Società”, “Rinascita” e “L’Unità”.

Si stabilisce a Milano e a partire dagli anni ‘50 dispiega le sue energie come promotore culturale e infaticabile organizzatore di iniziative sia presso la “Casa della Cultura” sia nei più diversi contesti insieme intellettuali e artistici.

Nei primi anni Sessanta cura con Salinari il volume Il pensiero di Gramsci.

Nel ‘68 pubblica Sorella H. Libera nos (Mondadori), monologo di un folle, vicino ai tipi della trilogia beckettiana e inauguralmente sensibile alle tematiche ecologiche, mentali ovvero ambientali dove la tecnologia e la chimica (ma anche lingua e scrittura lo sono) cimentano il corpo animale con lo status civile dell’uomo moderno.

Il romanzo Conspiratio oppositorum viene pubblicato da Mondadori nel ’71, introvabile, risulta sparito anche alla biblioteca Sormani di Milano…

I Padri Gesuiti lo chiamano all’Aloisianum a tenere corsi sul marxismo. Spinella vi insegnerà tra il 1969 e il 1974.

Nel ’71 nasce la rivista Utopia, Spinella ne è direttore responsabile. L’esperienza si estende nell’arco di tre annate: i fermenti del sessantotto prendono corpo in una posizione critica che ne fa riferimento al Marx dei Manoscritti, a Sade, a Bataille e alla scuola di Francoforte. Utopia si distingue dal marxismo scientista e dal movimento che la lotta armata pur mantenendo attenzione e dialogo con i diversi settori del pensiero. Utopia rappresenta un’esperienza di lavoro in cui filosofia letteratura antropologia e psicoanalisi convergono nella dimensione dell’etica. Stagione significativa per le nuove generazioni a indicare linee di riflessione e di ricerca ancor oggi tutte da sviluppare in rapporto, ad esempio, alle nuove tecnologie.

La ricchezza di idee maturate in Utopia dà vita nel ’74 a Il piccolo Hans, rivista di analisi materialistica dove psicoanalisi, arti visive, scienza, filosofia e letteratura consentono una formulazione di pensiero e di pratica terapeutica che, a partire dall’insegnamento di Lacan, assume un’autonoma e precisa fisionomia tuttora operante nella cultura e nel sociale. La costruzione in parallelo di teoria e di clinica trova Mario Spinella impegnato su di un territorio a lui congeniale.

Non va dimenticato che egli conduce un’ampia attività di curatore e traduttore di testi letterari e scientifici (tra i tantissimi contribuisce alla traduzione del Manuale di psichiatria di Silvano Arieti in 3 voll. sul quale si sono formate più generazioni di specialisti medici, si dedica alla traduzione e cura di Freud, Proust, Lacan, Teoria come finzione, all’introduzione di G. Lukacs Storia e coscienza di classe, di  V. Bonazza Lemigrante, alla prefazione de La cena delle ceneri e Racconto fiorentino di F. Fortini).

Insieme a Sergio Finzi dirige la Collana Bianca per Dedalo che accoglie testi saggistici innovativi italiani e stranieri, Le donne non la danno (Dedalo, 1982) “vero patchwork – secondo Giuliano Gramigna – di ironia e leggera saggezza, di alto e di infimo, che una volta tanto non convoca l’Ariosto ma il Boccaccio, l’opzione prevalente (di Spinella) è quella di un linguaggio culto, in una lettura non disperata ma materialistica del mondo, anche secondo la lezione della propria militanza politica”.

Il tema dell’animale vi compare – dopo il serpente di Sorella H. e il falco narratore di Lettera da Kupjansk – sotto forma di un tapiro marxista che, dapprima lento e impacciato, tiene a differenziarsi dal giaguaro il quale prende ciò che le donne non danno. Tapiro che, rivelatosi abile e intelligente, si dimostra capace di documentarsi sui sogni, idee e moti dell’animo i più intimi, non più appannaggio del solo genere umano servendosi di una società segreta composta da pressoché tutte le specie di animali.

Ancora Gramigna così ricorda la collaborazione con Spinella nell’Introduzione ad Amata Bradamante (Moretti & Vitali, volumi per soli abbonati al Cafalopodo 1/1995): “Non pochi dei saggi qui raccolti li abbiamo visti prendere corpo durante le riunioni di redazione del Piccolo Hans, da una frase, un suggerimento, una riflessione di Mario, quasi effetto di ciò che Roland Barthes chiama acolouthia – corteggio, compagnia di amici, spazio ideale nel quale “Io penso per loro ed essi pensano nella mia testa. È per questo che le pagine ariostesche che ora leggiamo si penetrano di una affettuosità che nulla detrae alla loro ingegnosità e finezza, né al nostro giudizio.”

Oltre al Guicciardini della Storia d’Italia e i classici moderni visti in chiave storica e culturale ampia per cui gli riesce la Woolf a Keynes, il Furioso viene a più riprese ricordato nell’opera narrativa, ad esempio in Memoria della resistenza: “Ho letto il poema di Ariosto solo nella tarda adolescenza […], poi l’ho sempre considerato come un “libro da capezzale”, portandomelo dietro persino in guerra in una minuscola edizione in carta India, ritornandovi più e più volte, innamorandomi – in senso quasi letterale – della sua Bradamante, solo contrastata dalla Gilberte di Proust”.

Insieme con Eco, Di Maggio, Calabrese, Leonetti, Balestrini, Corti, Porta, Volponi, Rovatti e Sassi fonda la rivista Alfabeta che esce dal ’79 all’88 e rappresenta una sorta di commiato da un modo classico di fare cultura, forse l’ultima esperienza cartacea incisiva e significativa prima dell’avvento delle nuove tecnologie e la proliferazione di proposte nel campo del sapere.

Vento di scirocco, Due inizi per un romanzo, e L’ “io” dello Zibaldone, compaiono postumi sul Cefalopodo 2/1998.

La questione della religione/spiritualità ricorre in più punti della sua opera, come in questo passo di Memoria in rapporto a fatti storici prossimi: “Ho saputo che i miei ospiti sono valdesi, emigrati dal Piemonte, e mi interesso alla loro religione che, questa volta, non provoca in me alcuna avversione. Sempre ho avuto una predilezione per le confessioni non conformiste, i culti di minoranza, le sette protestanti e, durante il mio soggiorno in Germania, ho trascorso lunghe ore sui grandi in folio dell’opera di Calvino […] il mito del Nord è forte nella mia coscienza, simbolo di intimità, nitore, ragione. Come ogni mito, anche di questo il fondamento reale è fragile: la profonda vena irrazionale sottesa a questa superficie levigata e lucida mi si è palesata in tutto il suo torbido schiumare, nella guerra dei tedeschi”.

Ambientato a New York My favorite things, il più polimorfo brano di un jazzista come Coltrane, capace di love supreme, dà il titolo a un racconto comparso come Notes magico sul Piccolo Hans 46/1985 e nucleo del suo romanzo inedito “Rock”, Spinella andrà ricordato soprattutto come narratore e romanziere, la sua opera merita ancora studio e approfondimento per la ricchezza multistratificata delle sue connessioni e per il particolare tipo di rapporto con la storia.

“Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a persone, luoghi, eventi reali è perciò da ritenersi meramente casuale. Del resto, come tutti sanno, non c’è mai stata né un’ A.R.M.I.R., né una una guerra, né una Russia.” (Lettera da Kupjansk) oppure, valga a chiudere, ancor oggi attualissima, la giustificazione della memoria: “Questa narrazione vuole essere semplicemente una testimonianza. Ciò vuol dire che non si propone né fini letterari né di documentazione storica. L’autore pertanto del tutto consapevole dei limiti, oggettivi e soggettivi, delle pagine che seguono, se le propone a un editore, dopo oltre dieci anni da quando vennero scritte, è soltanto perché ritiene che possano contribuire, in modesta misura, a far comprendere che cosa sia stato il fascismo. E di questi tempi, purtroppo, sembra che ve ne sia di nuovo bisogno, se ancora una volta i fascisti sparano per le strade e abusano della libertà con l’esplicito intento di distruggerla. Korčula, agosto 1972.”

Si spegne nell’aprile del ’94, un amico di antica data e forte affinità etica rivela che Mario, nonostante i profondi rivolgimenti storici cui aveva assistito negli ultimi tempi, si sentiva contento per quel che aveva realizzato nel corso dell’esistenza.

“Fuori di sé. Da Freud all’analisi del cyborg” Intervista al Professor Augusto Iossa Fasano

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L’impianto di protesi è un argomento di grande attualità. L’effetto straniante e di alterazione di sé come risultato di interventi chirurgici salvavita ad alta tecnologia, dell’impianto di protesi, ma anche di fecondazione assistita, della cura di tumori e di altri trattamenti farmacologici, genera il paradosso di una mutazione del corpo vissuta come alterazione patologica dell’identità psichica, oggi diagnosticabile e curabile

 

Gaianews.it  ha intervistato il  Prof. Augusto Iossa Fasano autore del libro “FUORI DI SE’ – da Freud all’analisi del cyborg” che ha spiegato che “il Cyborg, figura derivata dalla fantascienza e oggi di osservazione comune nella vita quotidiana è colui che per scelta di miglioramento e abbellimento o per necessità salvavita deve portare device, dispositivi (talvolta con chip e telecomando esterno, veri e propri computer interni al corpo) oppure organi da auto o etero-trapianto (talvolta da cadavere) che alterano la percezione di sé e il senso di identità. Non ci si riconosce più e non si riescono a governare le spinte di distanziamento o di attacco al sé”.

D.: Dottor Iossa Fasano quando ha cominciato ad occuparsi di ciò che è poi diventato argomento del libro “Fuori di sé. Da Freud all’analisi del cyborg”?

A.I.F.: Ho iniziato nel 1991 quando ho riscontrato che molti pazienti che accusavano disturbi psichici “puri”, avevano subito in precedenza traumi e cure hi-tech da cui erano usciti “fisicamente guariti”. Eppure il disagio residuo (ansia, depressione, ossessioni, insonnia e spinte autolesive o suicidarie) non era stato individuato, né correttamente diagnosticato o trattato. Venivano curati – quando curati se non trascurati – come persone che soffrivano di problematiche comuni o specificamente psichiatriche. Invece la questione si presenta in termini più complessi e giusto per questo la curabilità è migliore se si riescono a cogliere i termini del rapporto mente-corpo, mediato da dispositivi protesici”.

D.:Quali conseguenze reca a livello emotivo l’estensione del soggetto tramite oggetti estranei e inanimati?

A.I.F.: L’uso di protesi esterne non solo causa molto meno disagio, ma addirittura è costitutivo dell’essere umano e vedremo che tornerà utile per il recupero spontaneo o programmato di soggetti che sono costretti a portare protesi interne al corpo (Cyborg).

L’errore comune che sottolineerò nel prossimo libro divulgativo è definire cyborg gli individui protesici che usano device esterni. Per quanto tecnologici essi proseguono e sviluppano la linea dell’homo habilis, del sapiens e dell’uomo vitruviano del Rinascimento di leonardesca memoria.

Mentre il cyborg (che porta protesi fisse interne al suo corpo e di cui non si può liberare se non a rischio della vita) sceglie o subisce una mutazione radicale che lo spinge in un’accelerazione identitaria bruciante ed esaltante, ma non di rado distruttiva e dissipativa: non si riconosce, non si ritrova, non si conserva.

D.:Anche la fecondazione assistita genera il paradosso di una mutazione del corpo vissuta come alterazione dell’identità psichica?

A.I.F.: Assolutamente si. E’ uno dei casi più complessi e drammatici perché riguarda l’identità dei genitori e quella del nascituro secondo le varie casistiche dell’autologa, eterologa etc.

L’osservazione clinica ci conferma il disagio dei genitori specie delle madri e la necessità di seguirle con programmi di consulenza avvertiti e rispettosi. Si tratta di donne spesso in età matura per le quali basta poco per ritrovare le coordinate personali e familiari se la consultazione è affidata a un terapeuta esperto e specificamente preparato. Non basta una visita di un qualsiasi psichiatra o psicologo, perché nei programmi formativi di questi profili professionali non ci sono materie di approfondimento in questo settore così nuovo e delicato.

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D.:Con quali differenze nella psiche umana agiscono i dispositivi protesici esterni e i dispositivi interni al corpo?

A.I.F.: Quelli esterni sono visibili e autorimovibili (pensate alla possibilità di togliersi gli occhiali, la dentiera, il byte, un corsetto e altri dispositivi posti al di fuori del corpo come sollievo, relax o alla sera). Essi hanno un carattere estensivo oltre che protettivo e difensivo per il portatore. Confermano che l’identità umana non è omogenea, ma meticcia, polimorfa e eterogenea. E’ fatta di biologia, di carne, ma anche di materiali naturali (abiti, occhiali, tutori) e di sintesi biocompatibili come silicio, titanio, teflon ormai uniti e sinergici all’organismo.

Per quelli interni invece è tutta un’altra storia. Essi hanno effetto destabilizzante sul piano individuale e collettivo, sorta di rimozione collettiva. Si cerca sempre più di evitare il rigetto fisico, ma si deve valutare attentamente l’accettazione psichica di questi componenti quando vengono inseriti all’interno del corpo e il portatore non può smontarli alla sera quando va a letto o nei momenti in cui il vissuto di estraneità diviene insopportabile.

Precisazione: noi non siamo affatto contro la medicina hi-tech, anzi la vediamo con favore non solo perché necessaria e inevitabile, ma crediamo che la consulenza in pochi incontri sia spesso decisiva, come salute per l’individuo e risparmio risorse per la collettività.

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Fuori di se. “Da Freud all’analisi del cyborg”

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La medicina hi-tech ogni giorno aiuta milioni di persone a migliorare la qualità della vita, a risolvere delicati problemi di salute, a realizzare sogni che sembravano impossibili ma anche, nei casi più gravi, ad evitare che il cuore smetta improvvisamente di battere. Innesti bionici, protesi dentali, arti artificiali, bypass, dispositivi medici di alta tecnologia, fecondazione artificiale e chirurgia estetica stanno diventando alleati sempre più indispensabili per garantire all’uomo un’esistenza piacevole, totalizzante e in piena salute. Sì, ma a che prezzo? E’ quel che si chiede Augusto Iossa Fasano, psichiatra, psicoanalista e autore del libro ‘Fuori di sé. Da Freud all’analisi del cyborg’ (Edizioni ETS), un’analisi dettagliata e appassionata dei rischi correlati ad interventi chirurgici invasivi.

Il saggio, in particolare, mette a frutto la trentennale attività clinica e di ricerca svolta da Iossa Fasano per porre l’attenzione e focalizzarsi sulle conseguenze psicologiche con cui devono fare i conti i cyborg, o extra umani, ossia coloro che – proprio come alcuni dei più celebri super uomini raccontati dal cinema e dalla letteratura – hanno subìto interventi endo-protesici e che dunque si trovano a dover convivere per sempre con oggetti estranei nel loro corpo. Casi clinici alla mano, l’autore del libro dimostra come sempre più frequentemente i pazienti vengano colpiti da un diffuso disagio psichico: l’impianto di dispositivi interni, seppur salvifici, viene vissuto infatti come una mutazione del proprio corpo, a cui spesso fa seguito un’alterazione patologica dell’identità psichica.

Numerose sono le testimonianze raccolte da Iossa Fasano e riportate nel libro. Come la storia di una madre di due gemelli che, dopo un intervento oculistico in day hospital per la correzione chirurgica della miopia, a distanza di pochi mesi viene colpita da una profonda angoscia accompagnata da strazianti sensazioni di ricevere come dei morsi alle braccia inflitti da due individui che le sembra di conoscere. Oppure il caso di un uomo divenuto vittima di crisi allucinatorie e deliranti dopo un intervento di implantologia dentale endossea. Essendo tali impianti fissi per definizione, al paziente non era dato di smontarli da sé: un disagio divenuto talmente insopportabile da condurre l’uomo alla decisione di farsi rimuovere chirurgicamente quanto appena posizionato. E ancora, la vicenda di un trentenne caduto in depressione a ridosso del trapianto di fegato subìto dalla madre: la delicatezza dell’intervento aveva investito emotivamente l’intera famiglia della donna, portando il figlio ad abusare di droghe ed alcol. Numerosi, poi, gli episodi di disagio provati dalle madri che hanno scelto la fecondazione assistita, sia omologa che eterologa, o l’ovodonazione.

E’ dunque evidente come la questione vada ben oltre i confini della medicina, ponendo interrogativi riconducibili ai più vasti campi dell’etica, delle relazioni sociali e della filosofia: dalle teorie freudiane alla dicotomia corpo-mente, dagli istinti autodistruttivi dell’individuo al rapporto con una nuova identità, sono numerosi gli argomenti di riflessione che il lettore incontrerà sfogliando il libro, tra le cui pagine Iossa Fasano offre nuovi interessanti spunti di diagnosi, di prevenzione e di cura. ‘Fuori di sé’ si rivolge quindi agli addetti ai lavori, a coloro che direttamente o indirettamente si sono avvicinati ad operazioni del genere ma anche a tutti i lettori curiosi e interessati al rapporto tra scienza e società. Per capire fino a che punto, e con quali precauzioni, l’uomo potrà divenire cyborg e fare della tecnologia il suo elisir di lunga vita.

Augusto Iossa Fasano, medico, psichiatra, psicoanalista, si occupa di cura e consulenza dall’adolescenza all’età adulta, alla senilità avanzata. Fondatore e coordinatore del Centro Metandro, ispirato al pensiero neuroscientifico di Paul Valéry, si dedica alla formazione a partire dalla psicoanalisi freudiana declinata secondo la letteratura, il cinema, le arti plastiche e visive. Già redattore della rivista Il piccolo Hans, fondatore, coordinatore e direttore scientifico di Metandro (primo Centro italiano di cura e ricerca indipendente sulle quattro età della vita: infanzia, adolescenza, età adulta e senilità) a Milano e Pistoia, dove opera sulla base del Paradigma Bionico-Protesico

Fonte: Ufficio Stampa Augusto Iossa Fasano

Difficile vita da Cyborg

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Quando la tecnologia “entra” nel nostro corpo, e lì “resta”, si aprono scenari psicologici ancora poco esplorati. «La guarigione dalla malattia ottenuta attraverso la manipolazione del corpo e l’introduzione di “pezzi” meccanici di vario tipo può generare una condizione avvertita come alterazione dell’identità» afferma Augusto Iossa Fasano, autore del libro, Fuori di sé, da Freud all’analisi del cyborg (Edizioni ETS, Pisa 2013). «La salute ritrovata non ripristina la condizione di salute di partenza. Ci si sorprende — dice Iossa Fasano — a non riuscire più a dire “io”. Il corpo manipolato, che convive con un altro da sé, siano valvole cardiache, protesi ortopediche o defibrillatori automatici, viene percepito come un corpo diverso. L’identità originaria dell’organismo sembra almeno momentaneamente smarrita. «L’introduzione nel paziente di un pezzo estraneo artificiale, anche se invisibile, può rendere il soggetto alieno a se stesso — aggiunge Iossa Fasano —. Un cambiamento generato però non solo dalla presenza dei pezzi estranei, ma anche dal mutare delle condizioni di vita dopo l’intervento». Nel libro, Iossa Fasano riporta il caso di un giovane al quale è stato impiantato un defibrillatore interno per una grave forma di aritmia. Dal momento dell’impianto il ragazzo vive in uno stato di angoscia, temendo lo scatenarsi dell’aritmia, e quindi l’attivazione del defibrillatore, con la sua scarica. Cerca addirittura modi artigianali per poterne inibire l’avvio ogni volta che sente arrivare battiti aritmici. Un difficile adattamento al corpo modificato e un comportamento pericoloso. «Quando convive con una protesi interna, la persona perde l’abituale libertà che si ha con il pezzo protesico esterno — sottolinea Iossa Fasano —. La protesi interna non si può smarrire o tralasciare, come si farebbe con gli occhiali o con l’apparecchio acustico. Con la protesi interna non c’è negoziato. Sono per fortuna possibili buoni adattamenti quando nel corpo sono inseriti piccoli dispositivi, come reti per ernia, che finiscono per fare tutt’uno con in tessuti dell’organismo, realizzando una vera fusione cyborg. Lo stesso si può dire per pace-maker senza defibrillatore interno, anche se abbiamo osservato in diversi casi reazioni irritative e anche strategie negative di adattamento, come il ricorso all’alcol o all’uso smodato di psicofarmaci e analgesici. Comunque, c’è sempre una notevole variabilità soggettiva nelle reazioni a questo tipo di operazioni chirurgiche, e gli operatori devono essere molto attenti alle persone più vulnerabili che, dopo l’intervento, possono lamentare dolori protratti anche solo per impianti endodontici. Naturalmente, ciò avviene ancor più per interventi estesi, come le artroprotesi d’anca e di ginocchio, o per interventi alla spalla che richiederebbero un’assistenza psicologica altamente specializzata e fisioterapie personalizzate. Poi, ci sono i grandi interventi, come le ricostruzioni di arti, quelli per il cambiamento di sesso, o le lunghe terapie mediche e chirurgiche per l’ intersessualità infantile, in cui è necessario un lavoro psicologico prima e dopo l’operazione». «Per questi casi, in particolare, — dice l’esperto — abbiamo messo a punto un intervento psicologico complesso, definito “Paradigma bionico-protesico”». Un caso particolare è anche quello della mastoplastica additiva, l’intervento per aumentare le dimensioni del seno. Sebbene gli esiti psicologici e psicosociali appaiano positivi in un alta percentuale di pazienti, tre recenti studi sembrerebbero indicare un aumentato rischio di alterazioni psichiche tra le donne con le protesi al seno. «Sono tuttavia ricerche che vanno interpretate con cautela — commenta Luca Vaienti, ordinario di chirurgia plastica all’Università di Milano —. Gli studi suggeriscono che in alcuni casi le donne che si sottopongono a questi interventi hanno già in partenza tratti psicologici che possono metterle in una condizione di aumentato rischio psicologico, rispetto a quello della popolazione generale. Quindi il livello reale di rischio correlato all’intervento appare evidentemente sovrastimato».